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L'inefficacia dei farmaci nelle forme di ipertensione lieve

Giovedì, 24 Ottobre 2013 21:16 Scritto da 
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Una revisione dei più recenti studi getta un ombra sulla validità delle linee guida ufficiali.  

Una revisione del centro Cochrane sui più recenti studi riguardanti l'utilità della terapia farmacologica nei pazienti con ipertensione lieve (pressione sistolica tra 140-159 e/o la diastolica tra 90 e 99) ha dato esiti sorprendenti che per quanto siano da confermare con altre indagini sbaragliano molte delle convinzioni fin qui seguite.

La revisione ha preso in esame ricerche e studi controllati randomizzati della durata di almeno 1 anno presenti nei principali database dei centri di ricerca più affidabili concentrandosi su quelli conclusi entro la fine del 2011.
Lo scopo era verificare nelle persone affette da ipertensione lieve senza precedenti eventi cardiovascolari e in buona salute complessiva se il trattamento farmacologico seguito portava vantaggi concreti e utili.

Gli studi corrispondenti ai criteri ricercati sono stati 4 per complessivi 8912 pazienti e la terapia farmacologica seguita è durata mediamente dai 4 ai 5 anni: in tutto questo tempo l'attività dei farmaci non ha portato rispetto al placebo una riduzione della mortalità in generale, nei 4/5 non ha ridotto l'insorgenza di malattia coronarica, ictus o eventi cardiovascolari totali, nel 9% dei casi si è addirittura dovuta interrompere a causa di eventi avversi incorsi nel frattempo.

Le conclusioni sono state che nelle persone affette da ipertensione lieve in buono stato di salute il trattamento farmacologico non ha dimostrato essere superiore al placebo nel ridurre la mortalità e il rischio di incorrere in altre patologie parallele.

Tutto questo ha generato diverse critiche e le case farmaceutiche europee e americane considerano la revisione una follia informativa, tuttavia non è un caso isolato e già in passato si sono sollevate diverse perplessità sulle linee guida che prevedono un intervento farmacologico già in presenza di ipertensione lieve senza valutare lo stato complessivo del paziente e prendere in maggiore considerazione altri fattori inerenti lo stile di vita come il fumo.
Del resto uno studio norvegese ha chiaramente dimostrato che seguendo le linee guida europee sulla prevenzione delle patologie legate al sistema cardiovascolare la metà della popolazione norvegese di età superiore ai 24 anni dovrebbe entrare in terapia, percentuale che sale addirittura al 90% per chi ha superato i 49 anni.

Uno scenario assurdo e paradossale che spinge a chiedere una riformulazione delle ipotesi di intervento terapeutico che allo stato attuale può portare più danni che benefici.

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